10 DOMANDE A
A cura di Luca Artioli
Lei si chiama Laura Pugno, è romana, classe ’70, figlia della bellezza mediterranea. Segni particolari: artista a tutto tondo e talento spropositato.
Poetessa (“Tennis”, Nuova Magenta Editore, 2001), traduttrice di ottimo livello (per l’editore Fazi ha tradotto dall’inglese i romanzi di Gore Vidal “Le menzogne dell’impero e altre tristi verità” e “La fine della libertà”, oltre a classici come “Ivanhoe” di W. Scott per
1. Ciao Laura. Innanzitutto, vorrei esordire facendoti subito i complimenti per il prestigioso premio che la commissione giudicatrice dell’Autumn Film Festival ti ha assegnato il premio “Scrivere Cinema” per la miglior sceneggiatura tratta dal tuo “Sleepwalking”. Direi che questo possa in qualche modo rappresentare un buonissimo trampolino di lancio verso qualcosa di ambizioso…
Spero che questo premio possa rappresentare un primo passo verso la realizzazione di un film tratto da “Sleepwalking”, ma avendo lavorato in una produzione cinematografica –
2. Per chi non avesse letto il tuo libro, il filo conduttore dei tredici racconti in “Sleepwalking” è il mondo visionario, un mondo a più facce, fatto di persone, di coscienze e di semioscurità tipiche del contesto onirico. Racconti nei quali si chiede al lettore il compromesso di non ricercare necessariamente la piena logicità e consequenzialità degli eventi, ma piuttosto di cogliere il “precario” del pensiero narrante, la sua estemporaneità. Ognuno di essi, infatti, si esaurisce senza dare l’impressione di essere veramente terminato, proprio come accade nei sogni.
Parlaci a ruota libera di “Sleepwalking”, soprattutto della sua genesi, dell’idea che ti ha trascinata al centro di questo libro.
Sleepwalking è una raccolta di racconti fortemente unitaria, che tuttavia non nasce a priori da un’idea intesa in quanto “progetto”. La sua unità si svela al lettore strada facendo, così come si è svelata a me nel momento in cui, dai venti racconti che avevo a disposizione, tutti scritti tra il 1997 e il 2000, ho scelto i tredici che poi sarebbero confluiti nel libro. Nel comporre la raccolta ho messo in evidenza il tema latente del sonno e del sogno, ma con un procedimento che somiglia più al togliere materia da un blocco di marmo per farne emergere una statua, che non al cucire insieme un quilt.
3. Anche i protagonisti dei tuoi racconti riescono a calarsi bene in queste atmosfere indefinite e suggestive. Ma chi sono veramente i “sonnambuli”?
Quasi tutti i protagonisti di Sleepwalking – con qualche eccezione, penso al Mattias di “Ghiaccio”, uno dei racconti centrali – hanno vent’anni e sperimentano l’instabilità del sé, l’alternarsi di chiarezza e ombre nella consapevolezza, e di converso la precarietà – al contempo apparente e reale – di un mondo che esiste come peso o come sostegno materiale e biologico, ma che deve anche, e necessariamente, essere oggetto di una decifrazione quotidiana basata su indizi, su segni dell’oggettività e della soggettività, propria e altrui. Senza quest’opera di decifrazione non si dà sopravvivenza.
4. L’urgenza, ormai, di cercare nuove forme d’espressione ed una nuova sintassi, sembra aver spostato definitivamente l’obiettivo dello scrittore da “cosa” si vuole raccontare a “come” lo si vuole proporre al lettore. La “parola” assurge ad essere quindi il centro nevralgico assoluto della narrazione, si trova investita da una responsabilità che un tempo veniva scaricata sulla robustezza e sulla fluidità della trama. Almeno questa sembra la direzione verso la quale molti scrittori stanno andando. Cosa ne pensi?
In letteratura, se diamo a questa parola un’accezione valoriale, il cosa e il come coincidono da sempre, non c’è contenuto senza forma – si tratta di una dicotomia semplificatoria – e viceversa. Del resto, la forma non è solo parola/lingua e il contenuto non è solo trama. Per quanto riguarda i miei ultimi scritti, dopo aver lavorato a lungo nell’ambito del minimalismo o dell’antinarrazione, sto recuperando elementi della narrazione classica.
5. Il tuo occhio è un occhio che si presta alla mano narrativa, seguendo sentieri indaganti, quasi trascendenti, in una sorta di riappropriazione dei sensi, fissando la realtà nell’esigenza espressiva di conferire corporeità a tutto ciò che lo circonda e lo sfama. Anche la poesia, del resto, è tesa agli stessi scopi, magari con tempi meno diluiti ed amplificati. Dunque, la commistione fra queste due differenti interpretazioni del linguaggio non è poi così distante ed improbabile…
Per me, in poesia, vale il dire “ciò che non fu mai detto d’alcuna”, come scrive Dante di Beatrice alla fine della Vita Nova, su Beatrice. Per tutto il resto la prosa è uno strumento ricchissimo.
6. “La tazza di latte sul tavolo / il ghiaccio che porti: è la stagione / più esatta, è d’argilla / e le mandorle sono un indizio / di te…”
Laura è anche un’ottima poetessa, questa breve strofa ci rivela un’attenzione particolare nella ricerca del linguaggio, incline alle assonanze e ad una disseminazione fonica tesa alla fissazione psichica degli oggetti descritti. Mi piace definirla poesia dei “cinque sensi”, perché è tangibile, è vivibile.
Credi, dunque, che la poesia sia soprattutto “esperienza”?
La poesia novecentesca e postnovecentesca, o almeno parte di essa, cerca di essere al contempo l’esperienza di cui parla e il racconto dell’esperienza stessa, proprio perché non esiste un’altra lingua per descriverla. Nel mio lavoro, l’esperienza è contemporaneamente pensiero e corpo, un corpo consapevole che sperimenta forme di conoscenza.
7. La tua raccolta di poesie è intitolata “Tennis” ed è il frutto di un lavoro a quattro mani insieme allo scrittore Giulio Mozzi, l’attuale curatore della collana “Indicativopresente” per l’Editore Sironi (la stessa di “Sleepwalking”, N.d.R.). La vostra conoscenza è una conoscenza di lunga data, se non sbaglio, parlaci della vostra collaborazione e di quanto questa possa essere importante in un ambiente come quello letterario.
La mia amicizia con Giulio Mozzi nasce da un identico investimento sulla scrittura. Tra me e lui ci sono dieci anni di differenza, e forti divergenze di carattere e di visione, ma questo investimento ha una natura comune. “Tennis” racconta questa storia.
8. In un ‘intervista rilasciata un paio di anni fa, Milan Kundera, alla domanda di un giornalista che chiedeva il segreto del suo improvviso -quanto tardivo- successo italiano (grazie al romanzo “L’ignoranza” N.d.R.), rispondeva: “In tutti questi anni non ho mai modificato il mio modo di scrivere, tanto più in quest’ultimo libro. Ho cambiato solamente la mia traduttrice…”
L’esempio di Kundera dovrebbe far riflettere, dovrebbe farci capire quanto la lingua di un libro straniero possa essere malleabile e soggetta alle scelte stilistiche del suo traduttore. Molto spesso la categoria dei traduttori viene snobbata o quantomeno non considerata dal pubblico o dalla stampa come invece meriterebbe. Fondamentalmente è il nostro filtro prima della lettura, a lui dobbiamo spesso quell’impronta e quel valore aggiunto in grado di trasformare anche un semplice romanzo in un grande successo. Tu, che sei anche traduttrice cosa ne pensi? Quanto ritieni possa incidere il lavoro del traduttore sul prodotto finale?
Sicuramente molto, anche se credo che il desiderio di “dare valore aggiunto” a un testo presenti più pericoli che opportunità per il traduttore. (Quella del successo è una faccenda complicata, legata a meccanismi di visibilità editoriale e distributiva). Detto questo, il mestiere del traduttore, com’è noto, in Italia non gode ancora della considerazione che merita. È come se il lavoro di mediazione linguistica che porta un libro da una lingua a un’altra letteralmente non venisse percepito, venisse attribuito a una mano invisibile alla Adam Smith, invece di essere apprezzato come opera di una persona singola con le sue capacità, il suo bagaglio di strumenti e di culture, e naturalmente anche i suoi limiti. Il lavoro di un traduttore rende un’opera disponibile per tutti coloro che non conoscono la lingua in cui è stata scritta. A contrario, se questo lavoro non viene compiuto l’opera resta letteralmente indisponibile. Per buona parte del mondo, è come se non fosse mai stata scritta, o fosse andata perduta. Se ci si ferma a pensarci, è qualcosa di enorme.
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9. Non trovi, quindi, che un bravo traduttore dovrebbe essere necessariamente prima un buon scrittore, cioè una persona in grado di approcciarsi al testo conoscendo bene le finissime “armi dell’artigianato” letterario, perché già abituato ad utilizzarle per sé?
Se lo scrittore è una ricevente-trasmittente, così è anche il traduttore, solo che riceve l’opera già fatta….
10. Traduzioni, poesie, racconti … a quando un romanzo?
Molto presto.

Laura Pugno ha vissuto a Roma, Londra e Parigi. Si è laureata in Scienze politiche e in Lettere ed ha un Master letterario dell’Università di Oxford.
Per diversi anni ha lavorato nelle redazioni di case editrici, riviste e siti web, soprattutto di cinema.
È stata lettrice di sceneggiature, consulente Rai sul progetto Railibro e collabora con
Oggi è addetto culturale del Ministero degli Esteri.
Sito internet ufficiale: www.laurapugno.it
10 DOMANDE A
ALESSANDRO SALAS
a cura di Luca Artioli
Signori, la stampa ne parla un gran bene, penne note della cultura e dello spettacolo spendono parole di elogio per il suo romanzo d’esordio… potevamo forse farcelo scappare?
Lui è Alessandro Salas, nato trent’anni fa ad Agrigento, attualmente residente a Roma.
A chi gli chiede per quale pubblico sia consigliato il suo libro risponde simpaticamente: “a tutti, ho l’affitto da pagare…”.
Con il suo “Nella terra di nessuno c’erano tutti” (Avagliano Editore, pagg.228, Euro 13,00) traccia la scia per un tipo di narrativa di difficile collocazione letteraria: non siamo infatti di fronte ad un thriller o ad un romanzo storico o rosa, bensì ad un’avventura picaresca dai contorni fumettistici, pullulante di personaggi strambi ed avvincenti, capaci di esaltare la creatività e la fantasia di cui l’autore si mostra ricco.
La trama si snoda fra le strade di una città
iperbolica e surreale, soffocata dall'umidità, dove i due improbabili protagonisti, Daemon e Christo (un pazzo con la fissazione del bungee-jumping, e un giovane senza fissa dimora) s'incontrano per caso e intraprendono un viaggio attraverso un sottomondo metropolitano affollato da vescovi prestigiatori, nani, mafiosi, danzatrici rabdomanti, creature deformi, angeli dalle ali mozze. Tra salti nel vuoto, botte da orbi, esplosioni e incontri sorprendenti, i nostri eroi si troveranno loro malgrado incaricati di una missione apparentemente semplice: riportare a casa Mamma Lontano, un donnone informe, mitico personaggio della comunità dei diseredati, anziana levatrice che li ha fatti nascere tutti, accogliendoli nel mondo con il suo calore e mitigando, anche se per poco, le fatiche di un'esistenza ai margini.
Ma non sveliamo tutto quanto, andiamo piuttosto a conoscere un po’ meglio il nostro autore.
1. Ciao Alessandro, come spesso accade in questi casi, voglio rompere il ghiaccio facendoti un paio di domande di rito: perché questo titolo e perché l’utilizzo di una copertina simpaticamente “irriverente”?
2. Molti dei tuoi personaggi hanno un nome che si rifà a qualcosa di religioso, di mistico: Christo, Daemon, il Vescovo, ecc. Cosa ha influito su questa tua scelta?
3. Christo ha un segreto che porta dentro di sé, la chiama “bestia” e simboleggia il suo istinto primordiale alla sopravvivenza, una forza brutale che se ne spunta proprio nel momento del bisogno più estremo. Alessandro Salas, la sua “bestia”, la sua forza per sopravvivere al mondo, l’ha trovata nella scrittura?
Per dire la verità io la mia Bestia non l’ho trovata nella scrittura. Non sono uno di quelli che scrive per sfogarsi, o per mettere fuori cose che altrimenti rimarrebbero sepolte. Io scrivo quando sto bene, quando sono felice, è allora che si scatena la fantasia nel modo più pulito e divertente. La Bestia di Christo è in realtà un problema, adattivo sotto alcuni aspetti, ma pur sempre un problema, qualcosa che va metabolizzato. Non a caso alla fine… no, niente, lascio la suspence che è meglio.
4. Diciamocelo, la CITTA’, come anonimamente viene soprannominato il teatro delle vicende di Daemon e Christo, richiama molto Roma. La richiama nella sua veste cosmopolita, nelle sue dimensioni stordenti, nella sua faccia più caotica. Sbaglio?
5. In un tuo divertente racconto, scritto circa un paio di anni fa, dici: “Roma è troppo grande, se la guardi dal basso. Roma fa paura e schifo, se negli occhi conservi troppe immagini familiari, troppo mare, troppi odori. Roma è un'altra cosa. Roma ti devi spalmare come burro su una fetta biscottata per raccapezzartici.” Come vivi i ritmi frenetici di una città come Roma, con la sua capacità di renderti anonimo puntino in un carnaio schiamazzante, di essere così spersonalizzante rispetto, ad esempio, alla tua Agrigento?
6. Alidicarta è un sito prettamente costituito da giovani, che magari (ce lo auguriamo di cuore) un giorno o l’altro troveranno l’editore giusto, quello capace di credere in loro. Raccontaci intanto qual è stata la tua esperienza con Avagliano Editore
7. Come dicevo in apertura, “Nella terra di nessuno c’erano tutti” è stato recensito positivamente da diversi giornali e riviste nazionali (Il Corriere della sera su tutti, ma anche il Mattino, Dipiù…). Giornalisti e critici come Cesare Lanza, Sandro Mayer, Giampiero Cinque ecc. parlano di te con entusiasmo. Sei d’accordo però, che la critica oggi serva più a vendere nelle librerie, piuttosto che fornire all’autore gli spunti necessari per migliorarsi?
8. Quando si scrive un romanzo, l’autore raggiunge spesso un compromesso tra finzione e realtà, mentre il lettore deve in qualche modo sottostare a questo gioco per viverne la trama fino in fondo. Quale compromesso richiedi ad un lettore che si avvicina per la prima volta al tuo libro?
9. “Nella terra di nessuno c’erano tutti” si presterebbe molto bene ad una trasposizione fumettistica. Sta già ruotando qualche progetto sui generis attorno al romanzo?
10. E chiudiamo con la classica domanda per eccellenza: hai in cantiere un nuovo libro?

Nel 2006, Flavio Soriga è comparso nell'antologia "The Dark Side" (Einaudi), insieme ad altri autori gialli come:
Eraldo Baldini 
Carlo Lucarelli
James Crumley
Giovanni Arduino
Jeffery W. Deaver
Piero Colaprico
James Grady
Giancarlo De Cataldo
James W. Hall
Stephen King
Giampiero Rigosi
Ed McBain
Ian Rankin
Simona Vinci
Robert Silverberg
Wu Ming
F. X. Toole
Nel 2007, invece, è stato uno dei collaboratori dello staff artistico nel programma televisivo "Apocalipse Show", di Gianfranco Funari, su RAIUNO.

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